Con me stesso: Livello emotivo negativo

Quando parliamo di difficoltà nel comunicare le emozioni, possiamo far riferimento ad almeno due tipologie diverse di problematiche: una legata a una carenza di auto-osservazione e di comprensione delle proprie emozioni, e una legata a un eccesso di consapevolezza rispetto a queste emozioni, che vengono temute e per questo motivo tenute sotto un eccessivo controllo.

La prima problematica riguarda l’incapacità vera e propria di “dare un nome” all’emozione, ovvero di riconoscerla, e di conseguenza l’incapacità di trovare le parole adeguate per verbalizzarla e trasmetterla agli altri.
Questo tipo di incapacità di riconoscere ed esprimere una propria emozione viene definita con il termine “alessitimia”, termine derivante dal greco composto dalle parole “lexis” (parola) e “thymos” (emozione), precedute dall’alfa privativo ad indicare letteralmente la mancanza di parola per definire l’emozione.

Questa scarsa competenza emotiva si esplica nell’incapacità, da parte di una persona, di percepire, decodificare ed esprimere a parole i propri e gli altrui stati d’animo, traducendosi in una vera e propria forma di “analfabetismo emotivo”.
Chi non è in grado di dare un nome alle proprie emozioni, infatti, non riesce a “rappresentare” concettualmente – e di conseguenza a comunicare – il vissuto emotivo con le parole adeguate; condizione che sfocia spesso nella somatizzazione degli stati emotivi che non sono stati precedentemente elaborati e concettualizzati.
A livello fisico, la scarsa capacità di esternare le emozioni può esprimersi attraverso una povertà di “maschere” comunicative (espressa da caratteristiche come la rigidità delle espressioni del volto) e, più in generale, attraverso una difficoltà nel vivere serenamente le relazioni sociali.

La seconda problematica riguarda invece quelle persone che, pur riconoscendo la qualità delle proprie emozioni, decidono di reprimerle per timore di esserne travolti, o per paura del giudizio altrui.
A differenza della prima, questa tipologia di persone decide quindi consapevolmente di non comunicare all’esterno il proprio stato emotivo, quasi in un’ottica difensiva nei confronti del mondo, ma soprattutto di se stessi.
Il timore è quello di non essere in grado di gestire la potenza delle proprie emozioni, e ciò si riflette anche nella scelta di “misurare” anche il linguaggio e le espressioni corporee legate a quello stato emotivo.

In un certo senso, tra una persona a priori incapace di comunicare le proprie emozioni, e una eccessivamente attenta a non farle trapelare, l’unica differenza si trova nello stato di consapevolezza iniziale.

Entrambe le persone vivranno il rapporto con l’altro in modo eccessivamente dominato da uno stato di tensione costante, caratterizzato da fattori di inibizione e da ansia da controllo che, se non riconosciuti ed affrontati per tempo (attraverso un lavoro basato sull’osservazione, accettazione e, se necessario, di trasformazione, delle emozioni proprie e altrui), potrebbero compromettere il vissuto relazionale della persona.

Si tratta di comprendere che le emozioni non sono qualcosa di pericoloso o imbarazzante di cui avere paura, ma un complesso “linguaggio” con cui il nostro corpo e la nostra mente comunicano, cercando di raccontarci e di renderci consapevoli di quelli che sono i nostri desideri e piaceri più intimi, nonché le nostre reazioni psicocorporee che scaturiscono dalla nostra relazione con l’ambiente esterno.

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EMOTIVO NEGATIVO