Nei rapporti: Capo/Coach positivo

Il rapporto con l’autorità e la gerarchia è una questione molto sentita nella nostra cultura contemporanea, ed ha strettamente a che fare con il rapporto che ciascuno di noi ha con il senso del limite, il commettere errori, l’essere giudicati, e molto altro.

Quello del lavoro è uno degli ambiti in cui tale questione si fa sentire di più, e se fino a poco tempo fa era sufficiente che il capo mostrasse la propria indiscutibile autorità per poter essere riconosciuto come tale, nel mondo del lavoro di oggi si sente sempre di più la necessità di andare oltre la figura del “capo autoritario”, per approdare a quella del “leader”, che non si limiti a comandare a bacchetta i propri dipendenti, ma che sappia guidarli e trascinarli con sé verso l’obiettivo comune, valorizzando al tempo stesso le caratteristiche individuali di ciascuno di essi.

In tal senso, anche la definizione di “dipendente” dovrebbe lasciar spazio alla più appropriata definizione di “collaboratore”; poiché quest’ultimo non lavora solo “per” il capo, ma “con” il capo, in un rapporto di cooperazione e non di sottomissione.

Uno degli strumenti a disposizione per sviluppare un rapporto virtuoso tra capo e collaboratore è il cosiddetto “business coaching”, un efficace e innovativo modello che si è sviluppato negli Stati Uniti e che sta gradualmente prendendo piede anche qui in Europa. Esso, esattamente come accade nel coaching dello sport, attraverso il supporto di esperti nel campo delle scienze psicologiche, ha come scopo quello di ottimizzare le capacità e le inclinazioni naturali di ciascuno al fine di ottenere il miglior risultato possibile sul lavoro, incentivando i rapporti di collaborazione e fiducia con i capi e i colleghi.

Ciò che distingue un capo autoritario da un leader carismatico sarà anzitutto la sua capacità di ascolto e coinvolgimento nei confronti dei propri collaboratori, che dovranno trovare in lui (o in lei) una figura di riferimento disponibile a motivarli trovare insieme le soluzioni a eventuali problemi, senza ricorrere alla colpevolizzazione o allo scarico di responsabilità.

La chiarezza, l’empatia, l’imparzialità, l’entusiasmo e l’autorevolezza (intesa come credibilità rispetto a ciò che la figura del capo evoca) saranno gli elementi che consentiranno a coloro che aspirano a posizioni dirigenziali di acquisire un’autorità che non proviene esclusivamente dal ruolo formalmente rivestito, ma che gli viene riconosciuta e confermata dal “basso”, dal proprio stesso team.

Il capo-leader, esattamente come fosse un “coach”, dovrebbe in quest’ottica mostrarsi presente e mantenere un dialogo attivo e costante con i propri collaboratori, “monitorando” i loro progressi e incentivandoli al miglioramento continuo, calibrando nel modo giusto il peso dei rispettivi ruoli ed evitando di far scattare dinamiche di colpevolizzazione, errore e pressione psicologica.

Egli dovrebbe inoltre essere in grado di assumersi la piena responsabilità del proprio ruolo dirigenziale, riconoscendo i propri limiti senza avere timore di affidarsi al supporto e ai suggerimenti dei propri collaboratori, che potranno gradualmente sentirsi motivati a essere sempre più autonomi e responsabili nelle rispettive mansioni.

Un buon capo dovrebbe dunque essere una persona in grado di gestire efficacemente un team e di orientarlo verso un obiettivo comune, unendo l’autorevolezza all’autorità, creando nuove relazioni, lavorative e umane, in grado di funzionare bene insieme, nella vita lavorativa così come in quella quotidiana.

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