Nei rapporti: Gruppo negativo

A chi di noi non è mai capitato di vivere un conflitto con il proprio gruppo di amici o con i colleghi di lavoro?

Come ebbe a dire John Donne, poeta e teologo inglese del 16° secolo, “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso”. L’essere umano nasce costitutivamente nella relazione con gli altri, immerso in un tessuto di relazioni e non può prescindere dal proprio bisogno di sentirsi incluso e accettato. Accade spesso però che la dimensione individuale di ciascuno di noi possa entrare in conflitto con la dimensione collettiva.

La maggior parte delle persone non ha grandi difficoltà nel trovare una realtà di appartenenza, che si tratti di un semplice gruppo di persone con cui si condividono interessi affini, di un credo religioso, un ideale politico, un team professionale o sportivo, e così via.

Più complesso è riuscire ad avere una relazione sana con la dimensione sociale che ci accoglie, o dalla quale intendiamo essere accolti, integrando il bisogno di appartenenza e il bisogno di esprimere la propria unicità, poiché il rischio che si sviluppino incomprensioni e contrasti è sempre in agguato.

In questa sezione esamineremo i fattori che possono determinare l’emergere di un conflitto tra i membri di un gruppo.

Quali sono le dinamiche che portano alla formazione di un gruppo? Quali motivazioni spingono più soggetti a interagire, cooperare, produrre decisioni e definire progetti e obiettivi comuni?

Dobbiamo constatare innanzitutto che non esiste un solo tipo di gruppo. A seconda del contesto, potremo individuare infatti diverse modalità relazionali, che privilegeranno di volta in volta i rapporti interpersonali o il soddisfacimento di esigenze e obiettivi comuni.

Ogni gruppo di cui facciamo parte ci richiede latentemente di “prendere una posizione”, assumere un ruolo, una funzione specifica, che ci renda riconoscibili agli occhi degli altri membri. In parole povere, l’appartenenza a un gruppo struttura in qualche modo la nostra identità personale.

A volte, la nostra posizione all’interno del gruppo è in qualche modo “obbligata” (si veda il contesto del gruppo di lavoro), in altri casi è invece possibile scegliere liberamente le proprie compagnie.

In particolare, il cosiddetto “gruppo dei pari” – o gruppo dei coetanei – riveste un ruolo molto importante nella vita dell’individuo, soprattutto per quanto riguarda la fase dell’infanzia e dell’adolescenza. Esso rappresenta infatti una sorta di “palestra”, nella quale ci si allena sin dalla più tenera età a sperimentare le dinamiche e le regole della convivenza all’interno di un microcosmo sociale diverso da quello della famiglia. All’interno del gruppo dei pari l’individuo può esprimere se stesso liberamente, ma al tempo stesso è chiamato a orientare il proprio comportamento in relazione agli altri membri e ai loro valori, sperimentando la possibilità di influenzare e/o di essere influenzato dalle dinamiche proprie di quello specifico gruppo.

Alla base del conflitto che può emergere tra i membri di questa sorta di “microcosmo sociale” che è il gruppo, possiamo individuare un problema che ha a che fare con la definizione della nostra identità: da una parte, infatti, ognuno di noi ha bisogno di affermare la propria specificità come individuo; dall’altra, sentiamo anche la necessità di adeguarci alle “regole” sociali, per sentirci riconosciuti e approvati dagli altri.

Tutti viviamo questo paradosso, quello di volerci sentire unici, ma allo stesso tempo compresi in una dimensione collettiva.

Il conflitto emerge quando la nostra identità personale entra in contrasto con quella del gruppo, o quando viene a mancare il riconoscimento da parte degli altri membri.

Quanto siamo “uguali” e quanto siamo “diversi” dagli altri? Questa, in realtà, è una domanda da non farsi… Perchè?

Perché significa ridurre la questione dell’identità a termini dualistici e assoluti.

Uguale-diverso prevede una dicotomia, ma l’identità dell’individuo non può essere ridotta a una definizione così stringente come “uguale/diverso”, perché ognuno di noi è un “sistema” estremamente complesso, costituitosi attraverso un percorso che va considerato in una prospettiva temporale e storica.

È necessario trascendere la dicotomia, trovare un equilibrio tra la partecipazione passiva alle dinamiche del gruppo e l’eccesso di distinzione, che può condurre a un’esclusione.

Ciò che dovremmo domandarci, piuttosto è: in che modo partecipiamo alla realtà dei diversi gruppi che costituiscono la nostra vita? Quali suggestioni mi portano a scegliere quel gruppo anziché un altro? Dovremmo, cioè, riflettere sui nostri valori, le nostre scelte di appartenenza.

Sono io che scelgo il gruppo, o è piuttosto il gruppo a “scegliermi”?

La “qualità” relazionale dei gruppi a cui apparteniamo dipenderà da quanto saremo in grado di capire consapevolmente di cosa abbiamo bisogno e da quanto il nostro bisogno di appartenenza ci porterà a scegliere determinati gruppi, che a loro volta ci richiederanno di adeguarci a delle dinamiche relazionali pre-esistenti.

Non dovremmo chiederci quanto siamo uguali o diversi dagli altri, ma in che misura ognuno di noi può dare il proprio contributo individuale al gruppo a cui appartiene, secondo la propria specificità individuale, emergendo, di volta in volta, quando sarà necessario, e lasciando spazio agli altri quando sarà il “loro turno” di dare il proprio contributo; senza prevalere né sentirsi annullati, ma valorizzando di volta in volta le caratteristiche di ciascuno.

Se ti interessa approfondire le tematiche relative al Gruppo o avere maggiori informazioni sui nostri servizi contattaci all’indirizzo info@stefanoalbano.it 

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