Nei rapporti: Gruppo positivo

Il bisogno di appartenenza è connaturato nell’essere umano. Ognuno di noi conosce questa insopprimibile necessità di sentirsi compreso e accettato all’interno di una realtà più grande, entro la quale la nostra individualità possa essere valorizzata come elemento di arricchimento rispetto alla dimensione collettiva che ci accoglie.

Ciò non è sempre facile. Accade spesso, infatti, che si instaurino delle dinamiche di constrato tra la dimensione soggettiva della persona e quella del gruppo di appartenenza che, in quanto tale, prevede un certo grado di omologazione a delle precise regole e aspettative comuni.

Significa che ogni gruppo possiede una sua specifica “identità”, che è un qualcosa di più della semplice somma dei singoli membri che lo compongono.

La possibilità di un conflitto scaturisce spesso dalla dicotomia “uguale/diverso”, ovvero dall’attrito che uno o più membri del gruppo possono sperimentare nei confronti di questa identità di gruppo, nella misura in cui essi sentono che la propria soggettività non viene valorizzata ma semplicemente “amalgamata” all’interno di un’unità indistinta.

Per poter sviluppare una relazione sana con i nostri gruppi di appartenenza, che si tratti di gruppi scelti, come quello degli amici, o di gruppi alla cui adesione siamo chiamati sostanzialmente per “obbligo”, come il gruppo di lavoro; sarà necessario prima di tutto superare questo dualismo assoluto che contrappone la salvaguardia della nostra identità alla dimensione di appartenenza “totale” a una realtà sociale.

Le due cose non sono affatto in contrasto reciproco e anzi, ciascuna di queste due dimensioni è in grado di “nutrire” e valorizzare l’altra, innescando un circolo virtuoso.

Una delle modalità più tipiche del gruppo è la definizione dei rispettivi ruoli e dell’emergere di alcune personalità in maniera più incisiva rispetto alle altre. In determinati frangenti ciò può condurre all’innescamento di veri e propri giochi di potere, ed è esattamente in quello spazio che rischia di sorgere il conflitto che può portare – a seconda dei casi – all’esclusione o all’abbandono autoimposto di alcuni membri.

Una “best practice” per vivere in maniera positiva la dimensione di gruppo può essere quella di valorizzare di volta in volta le caratteristiche e le “competenze” (umane e/o professionali) di ogni membro, lasciando lasciando a ciascuno lo spazio necessario per poter emergere e potersi esprimere, senza volontà di schiacciare o di sentirsi schiacciato dagli altri.

Dovremmo inoltre sviluppare una consapevolezza rispetto alle scelte che abbiamo compiuto nel decidere di aderire a quel determinato gruppo, oppure, al contrario, del perché quel determinato gruppo abbia scelto proprio noi.

Ciò significa che è molto importante prendere coscienza dei valori fondamentali che muovono un gruppo e che hanno portato alla sua costituzione, e considerare quanto peso può avere per noi la dimensione della relazione umana, piuttosto che quella progettuale o basata sui valori, religiosi, sociali, politici o professionali che siano.

Se ti interessa approfondire le tematiche relative al Gruppo o avere maggiori informazioni sui nostri servizi contattaci all’indirizzo info@stefanoalbano.it 

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